I WANT YOU

Questa mattina, come ogni mattina, sono in ILY. Punto un’angusta rimessa per gli attrezzi di una palestra di un liceo di provincia. Lo so, è scontato. Ma è quel classico che non delude mai. Lì ci sono nascosti questi due prodigi della natura dai lunghi capelli. Tette enormi che tengono sospese magliette bianchissime aderenti a capezzoli vogliosi di strapparle e venir fuori. Gambette adolescenti e voluttuose che si sfiorano e si accarezzano fuori da gonne uguali appena sollevate. Sì, sono in divisa. Sarà pure banale, ma è così che mi piace. Sotto le gonne già si intravedono le mutandine, bianche. Sì, sembrano bagnate e io già vorrei sfilargliele e prendere subito tutto quel che c’è sotto. No, bisogna saper aspettare. L’attesa è tutto. Stanno lì accovacciate in un angolo del pavimento freddo, convinte che nessuno le veda, si toccano piano, timide, e già sono ansimanti. Non sono proprio identiche, gli occhi e i nasi sono un po’ diversi, diverse sono le sfumature dei capelli e della pelle. Le bocche sono ormai una cosa sola, avvolte in un caldo e fluido bacio. Labbra giganti e soffici si arrossano e fremono sotto piccoli morsetti vogliosi, si assaggiano. Sapienti colpetti di lingua le inumidiscono e di nuovo si avvinghiano. Sì, hanno cominciato a darci dentro. Una sta già lavorando con la mano tra le gambe dell’altra mentre gemono all’unisono ignare di me, lì accanto, che dell’alto le guardo. Va bene, ci do un taglio: non faccio quasi in tempo a tirarlo fuori e vedere le belle liceali tremanti che subito sento un paio di tette sode premermi sulla schiena, una mano me lo afferra e infine la solita odiosa voce suadente mi sussurra all’orecchio. Introdurre altri mille €u$a.

Credito esaurito. Solo l’esaurimento del credito può mettere fine allo squallore. Ogni mese butto metà del mio stipendio su I LOVE YOU, ma io a differenza vostra mi detesto e mi ripugno. Io. Sono di un’altra epoca, di quelli che si sentivano in colpa dopo l’eiaculazione. Ed ecco che questa mattina la fine del denaro mi regala un po’ di morale, gratis. Certo, inutile nascondere che avrei ben volentieri continuato da solo. Impresa impossibile con questa immaginazione ormai astigmatica e una fantasia completamente atrofizzata. Troppe di queste seghe virtuali hanno finito per farci diventar ciechi d’immaginazione, e pensare che un tempo qualsiasi segaiolo era un poeta capace di dedicare una storia a ogni eiaculazione. Insomma, mi tolgo dalla testa questo accrocco della realtà virtuale e sono contento, mi sento un asceta che si libera della vanità dei vizi di questo mondo perverso. Dura poco. Sono incazzato perché non c’è niente di peggio che rimanere con questo blocco corporale, sei interrotto e hai bisogno di fare qualcosa, ma sei frustrato e compresso, senza esplosione. Dovresti far qualcosa, tuttavia non sai far altro che masturbarti, anzi neppure quello ormai, hai bisogno dell’assistenza.

Alla fine esco di casa e non so come riesco a ricordarmi del pranzo a casa di mia sorella. È il compleanno del moccioso. Undici anni. Ovviamente ho dimenticato di comprargli un regalo. Alla fermata della metro c’è qualcosa di strano, un’aria di morte, tutti si guardano attorno con fare sospettoso, irrequieti, confusi, come sospesi in un’illusione. Mi ci vuole un bel po’ per capire cosa c’è di diverso e credo di essere l’unico ad accorgersene davvero: gli altoparlanti e i televisori sono spenti, nessuna reclame a incatenare i cervelli in ripetizioni coatte. Forse altre volte mi sono chiesto se dovremmo sorprenderci nel vedere tante persone insieme così a stretto contatto e nessuna parola, nessun saluto. Nessuno parla a nessuno per strada. Però stavolta pare non sia l’unico a notarlo, tutti sembrano a disagio, come in quei sogni in cui ti ritrovi in giro con le pantofole o nudo. Guardo i loro volti e penso che da un momento all’altro potrebbero mettersi tutti a ridere o a scherzare come la gente che esce dal cinema, invece siamo seri e smarriti come chi si è perso e non può più uscire. E mentre penso che in effetti non c’è proprio via d’uscita una risata bambina rompe il silenzio, mi volto, vedo lei, vedo il suo sorriso. D’improvviso sento gli occhi riempirsi di lacrime. Poi l’audio e il video vengono riattivati, così tutta l’orda ricomincia a muoversi. Arriva il treno e salgono in branco, scuotono forte la testa come chi riprende coscienza, anch’io scuoto la testa.

Quasi scordo di nuovo il regalo per il piccoletto. Nel tragitto c’è un negozio di giochi virtuali o semplicemente ‘giochi’, come dicono adesso, come se non ci fossero alternative. Entro dentro, la parete di fronte a me è tappezzata da mille copie dello stesso gioco di guerra, I WANT YOU. Ovviamente ce l’ha già, è la passione di tutti i bambini e suo padre glie l’ha comprato appena è uscito. Il problema è che anche tutti gli altri giochi sono di guerra o di ammazzamenti vari. Il tipo del negozio mi vede interdetto e si fa avanti pronto con tre o quattro fiammanti virtualgames bellici. Io cerco di spiegargli che il nipote ha appena undici anni e che questi giochi violenti mi sembrano quantomeno diseducativi. Lui attacca con la solita ramanzina che ti propinano ogni giorno tutti i notiziari e che ormai sai a memoria: dalla diffusione della realtà virtuale per usi ludici la violenza è stata completamente debellata, niente più aggressioni domestiche, niente più stupri, niente più pedofilia, niente più bullismo, persino niente più tradimenti! La guerra è ormai un ricordo del passato, dopo la grande unione intercontinentale i confini del mondo civile sono controllati da droni che ci proteggono da quei fanatici invasati terroristi. Non corro neppure il rischio che mio nipote da grande possa arruolarsi, non c’è più nemmeno un esercito, che mondo perfetto! Sorrido, lo ringrazio e prendo LIVE ON THE MOON, ambientato sulla luna, temo il più scadente di tutti, ma anche quello apparentemente più lontano dai super soldiers che trucidano i nemici.

A casa di mia sorella sto bene. Tutto è sempre in ordine e pulito. Quando arrivo è lei che mi apre la porta e mi abbraccia, il nipotino arriva a salutarmi su ordine della mamma, poi torna alla console virtuale dove sta giocando con un suo amico. A pranzo siamo noi quattro, il padre del festeggiato non tornerà prima di cena. Mia sorella ha preparato gli gnocchi di patate, lei sa quanto li amo, mi ricordano l’infanzia. Riesce a farli esattamente come li faceva la nonna e io cerco di tuffarmici dentro per gustarli come quando ero bambino. In realtà all’epoca non era così faticoso mangiarli o masticarli e il sugo non aveva quel retrogusto acidulo che avverto ora. Ovviamente non è colpa né delle patate né dei pomodori, gli ingredienti sono gli stessi che usava la nonna, sono i palati a non essere più gli stessi. Il gusto ormai è cambiato. Sì, mia sorella è una tra le pochissime del mondo entro i confini che si dà ancora alla cucina qualche volta, lo fa più soltanto per me ormai, e per ricordare la nonna. Anche lei è convinta che le tanto raccomandate energy bars sono molto più salutari e nutrienti perché sono studiate appositamente per il nostro fabbisogno energetico e contengono tutto ciò che è necessario per il nostro corpo! Ma avete mai provato a mangiare una di queste cose senza connettere l’induttore di gusto virtuale? È la cosa più disgustosa che abbia mai mangiato, eppure continuo a mangiarne tutti i giorni. Tutti mangiamo come unico pane quotidiano queste schifose energy bars che sanno di cartone marcio. Con l’induttore di gusto virtuale chiaramente è tutta un’altra storia. Ricordo ancora la prima volta che l’ho provato, un’estasi di sapori perfetta. Ecco, è proprio tutta questa perfezione senza sbavature che ha rovinato gli gnocchi di mia nonna, adesso sono imperfetti, inadeguati, difettosi. Quando ero bambino avevo un insegnante di chitarra classica… Va bene, torno al pranzo. Io e mia sorella ci mangiamo gli gnocchi, il nipote e l’amichetto cartone marcio travestito da cioccolato perfetto. Non faccio neppure in tempo a parlargli che è già di nuovo immerso nel gioco virtuale con il suo compare, naturalmente non stanno giocando con il mio regalo scadente, ma con lo spettacolare I WANT YOU. Proiettano le immagini sullo schermo e mi viene il voltastomaco, è la violenza più raccapricciante che abbia mai visto e loro sono soltanto dei ragazzini. Guardo la madre di mio nipote e lei subito si mette a sbuffare, mi dice di non ricominciare, che il mio è un modo di pensare vecchio e bigotto, che il mio moralismo ipocrita è totalmente smentito dai fatti, che il mondo è finalmente cambiato. La realtà virtuale non induce affatto comportamenti violenti, al contrario, assorbe su di sé le pulsioni violente di ciascun individuo, che se ne libera ed è pacifico con gli altri! La odio, odio i fatti che stanno sempre dalla sua parte e lei che è sempre dalla parte dei fatti. Non c’è più alcuna forma di violenza, è vero. Certo, per poter dire questo non dobbiamo considerare violenza quella virtuale, e in effetti lì nessuno muore, nessuno si fa male, perché dovrei ostinarmi a criticarla? Troppo tardi per mettersi a ragionare lucidamente, ormai mi è stato dato del bigotto e questo non lo sopporto proprio. Allora mi metto a parlare della guerra, dico che di violenza ce ne è eccome ai confini, dove i nostri super droni pacifisti disintegrano chiunque provi ad avvicinarglisi mentre noi celebriamo i loro stermini elevandoli a difensori della pace e facendoli imitare dai nostri bambini ai virtualgames. Quel che dico non ha senso, lo so, e puntualmente mia sorella me lo fa notare: quei droni ci proteggono dai terroristi e in fondo anche lì nessuno uccide nessuno, sono come delle mura difensive, che colpa ne abbiamo se dei pazzi invasati vi si schiantano contro per cercare di sabotarle? Ha ragione, ma mi ha dato del moralista e adesso ho soltanto voglia di litigare. Le dico che un mondo in cui per strada nessuno si rivolge la parola è un mondo ridicolo se può ancora chiamarsi mondo, che una madre che lascia il figlio prodursi quotidianamente nei più sanguinosi genocidi e con la sola consolazione che sta sfogando le sue pulsioni violente per essere pacifico con gli altri non è una madre, che i rapporti con gli altri non esistono più perché i continui dialoghi delle persone con i loro apparecchi tecnologici non sono rapporti, che una realtà in cui non esistono più i rapporti con gli altri non può chiamarsi realtà, una realtà in cui non ci sono più gli gnocchi della nonna, in cui diventa schifo ciò che amavamo, una realtà in cui tutti ormai disprezzano il flaccido e imperfetto corpo umano che diventa repellente a confronto con le prestanti meraviglie che ci offre in dono la tanto venerata realtà virtuale, non può e non deve essere la realtà. Le dico, e qui comincio a degenerare, che un marito che non la desidera e non può avere rapporti sessuali con lei non è un marito, così come un figlio nato solo grazie alla fecondazione assistita per mezzo di un computer, senza esser mai riusciti ad avere un rapporto sessuale, non è un figlio nato dall’amore. Nessuno è più figlio dell’amore, ci sono solo figli di computer in questo mondo di impotenti. Certo in compenso sono tutti perfettamente funzionanti, in una società perfettamente funzionante, perfetta e funzionante. Ma chi dice che se qualcosa funziona allora è anche buona e giusta? Pare lo dicano tutti ormai, eppure l’imperfezione era l’anima e noi l’abbiamo eliminata. Non so se ho mai detto tante stronzate da hippy ipocondriaco tutte insieme, penso che tutta questa polemica sia dovuta alla frustrazione causata dalla mancata scarica di stamattina. Lei sembra leggermi nel pensiero e mi chiede se mi sento tanto migliore degli altri quando come tutti me lo faccio leccare da qualche ragazzina virtuale, poi aggiunge che se suo figlio è un violento allora io sono un pedofilo non meno impotente degli altri. Non dico nulla, l’ho offesa e me lo ripeto ancora, ha ragione.

Poco dopo sono in strada a vagare senza meta. So che lei non intendeva darmi del pedofilo, voleva solo mostrare l’assurdità del mio ragionamento, sbattermi in faccia l’insensatezza dei miei futili attacchi. Eppure, mentre cammino a zonzo, non posso far altro che chiedermelo: cosa non farebbe di me un pedofilo? Subito si innesca la risposta automatica: non violento nessuno, neppure ho rapporti sessuali con nessuno, quelle ragazzine su ILY, per quanto tutto sembri perfettamente vero, non possono subire né sentire nulla, semplicemente perché non esistono! Ma qui nessuno si sta domandando se queste bellezze virtuali possano soffrire. Togliamo pure la loro sensibilità, togliamo la loro esistenza: la mia pedofilia rimane, è ciò che mi porta a scegliere sempre queste verginelle anziché qualcosa di diverso. Voi direte che è solo fantasia. Non è così, perché io posso toccarle, annusarle, leccarle, e le scopo ogni mattina fino a venire in ogni loro orifizio. Potrei anche ucciderle se volessi. Ho sentito dire che la maggior parte degli utenti di ILY sono pedofili e necrofili, e intendo tutte e due le cose insieme. E come sapete c’è spazio anche per tutte le altre perversioni e ILY riesce a soddisfare tutti, dai sadici e i masochisti fino agli zoofili. I coprofagi virtuali possono persino degustare escrementi al sapore di crema di nocciole o ciò che più gli piace. Tutto questo è l’opposto della fantasia, qui niente è lasciato alla fantasia. Ogni desiderio è soddisfatto, ogni desiderio è realizzato, tutto così istantaneamente che non c’è più nemmeno il desiderio. C’è solo l’immediata realizzazione e la realizzazione è reale. Ci ostiniamo a ritenere questa realtà virtuale come una realtà di secondo livello, una realtà finta, senza renderci conto che questa è l’unica realtà che riusciamo più a vivere. L’unica realtà che ci rimane, e la trattiamo senza alcun rispetto. Ebbene è proprio per questo che ci piace, non abbiamo nessuna responsabilità, nessuna morale, siamo completamente liberi. E ormai non siamo indifferenti soltanto là dentro, lo siamo anche fuori, se esiste ancora un fuori. E non mi si venga a dire che la violenza è stata debellata, perché se ci dicessero che quelle ragazzine esistono per davvero, magari oltre i confini, non ci importerebbe nulla fintantoché rimarranno lontane dai nostri codardi occhi reali. Per intenderci, non sono così pazzo, non sto dicendo che possono esistere veramente, dico solo che non ce ne importerebbe nulla. Forse ci faremmo qualche domanda, diremmo che non possono esistere in nessun luogo al mondo delle bellezze così perfette, eppure potrebbero essere ritoccate, digitalmente, per noi che le tocchiamo con delle mani e dei membri metallici telecomandati a migliaia di chilometri di distanza, ma cosa importa se esistono o no, l’importante è scopare, scopare e scopare! E intanto siamo impotenti. Cammino per strada, apro gli occhi e vedo chiaramente: coprofagi, depravati, sadici, molestatori, stupratori, pedofili, necrofili, tutti impotenti che camminano goffamente, timidi. Nessuno parla a nessuno. Vedo la grande omertà degli impuniti, vedo me che gioco a fare il giudice per pulirmi la coscienza quando so di non essere migliore del peggiore di loro, perché proprio ora mentre farnetico sento un gran bisogno di farmi un bel giretto su ILY e sentire urlare qualche indifesa. Già mi sto avviando deciso verso casa quando di colpo tutta l’illuminazione della via salta ed è buio. Tutto è completamente nero, non vedo più nulla. Sollevo automaticamente le braccia anche se non rischio di urtare niente, giacché sono fermo, forse cerco qualcosa a cui aggrapparmi, ma perché dovrei aggrapparmi? Dopo tanti anni sento delle voci nella via, alcuni chiedono se c’è nessuno lì intorno, un altro domanda cosa sia successo. Domande banali, come se non sapessero che nella strada ci sono diverse persone o che è andata via la luce. Vogliono solo sentire altre voci che li rassicurino, sembra che di colpo abbiano paura del silenzio o che sentano bisogno degli altri. Io sono ancora con le mani in avanti come un imbranato quando d’un tratto mi sembra di toccare un viso. Per poco non caccio un grido di spavento e riesco a dire soltanto scusa. Mi risponde una voce di donna, morbida e solenne come una carezza del vento: L’oscurità ti ha sollevato le mani, il buio è la luce dei sogni. Sento un brivido scivolare lungo la schiena, non riesco a dire una parola. Poi l’illuminazione si riattiva, non c’è nessuno davanti a me. Abbasso le braccia imbarazzato, mi guardo intorno e capisco di aver avuto un’allucinazione.

Mi siedo e mi domando cosa mi stia capitando in questa assurda giornata. Penso che forse dovrei andare a farmi vedere da qualcuno, magari converrebbe farlo subito, ora che ci si sono messe anche le allucinazioni. Chissà se mi sono immaginato anche il buio. Mi guardo intorno e vedo un uomo anziano chiedere all’altro cosa sia successo, un semplice black out. Tutti gli altri sono disinvolti, come se non fosse successo nulla o lo avessero dimenticato. E in fondo non è successo proprio nulla, è semplicemente saltata la corrente. Quel che dovrebbe preoccuparmi di più è l’allucinazione che ho avuto. Non so come possa essere accaduto, non so neppure cosa sia esattamente un’allucinazione. Forse qualcosa come una creazione della mente che attinge dalla memoria, un po’ come un sogno a occhi aperti. Mi pare di aver sentito qualche esperto da qualche parte dire che può capitare in momenti di stress, soprattutto in questo nostro mondo in cui sono così tante le realtà che non capisci più quale sia quella vera. E la bellissima voce che cantava parole senza significato? Dove l’avrò pescata nella mia testa allucinata una voce del genere? Mi viene in mente soltanto l’odiosa e suadente voce di ILY che dice credito esaurito. Maledizione, mi stanno venendo le allucinazioni perché stamattina non sono riuscito a eiaculare. Tutta questa assurda giornata solo per colpa di quella dannata interruzione. Non riesco a pensare ad altro, voglio solo andare a casa e scaricarmi. Una volta quand’era così ti veniva duro e ti mettevi a fissare ogni curva e insenatura delle donne che ti passavano davanti, le spogliavi con gli occhi e te le saresti scopate una a una. Ora sto qui a fissare l’asfalto e so che il mio attrezzo neppure accennerebbe a sollevarsi senza l’aiuto di ILY. Alzo lo sguardo e provo a guardare qualche passante, vedo una ragazza sui vent’anni, seminuda alla moda di oggi, vita magra e una quarta di tette, con il culo di chi corre forsennatamente ogni giorno in palestra pensando di poter sfuggire alle leggi della fisica. Io vedo soltanto vent’anni di gravità, la schiena mi sembra un po’ incurvata, tra le tette mi pare di vedere una grinza e l’inguine è arrossata da un’irritazione da depilazione, che schifo. La ragazza si sente pudica perché è coperta da un perizoma e da un top, oltre che da un tacco quindici e un succinto giacchettino di pelle nera. Un tempo chi incontravi così sul ciglio di una strada era una puttana. Sempre sostenuto che erano l’avanguardia in fatto di moda, peccato non siano sopravvissute a essa. Le donne di oggi invece vogliono imitare le bellezze virtuali, senza speranza ovviamente, non c’è palestra o chirurgo che tenga, i loro corpi rimarranno sempre così pesanti, ruvidi e coperti di peluria nauseante. Quel che davvero non capisco è perché continuano a tentare un’imitazione che sarà sempre difettiva, è possibile che non si accorgano di quanto siano disgustose e che nessuno le guarda più senza inorridire? La realtà virtuale ha capito che poteva fare ben più che imitare la realtà e ora non c’è nulla di più patetico che vedere una realtà frustrata che tenta disperatamente di misurarsi con l’onnipotente realtà virtuale. Dovrebbero semplicemente tornare a coprire totalmente i loro corpi e risparmiarci queste orripilanti visioni cadenti. Altro che voglia di scopare, queste ti inibiscono qualsiasi impulso. Senza contare che i veri rapporti sessuali sarebbero così faticosi. C’è il caldo, il sudore, gli odori, la scomodità delle posizioni, quasi non riesco a credere che l’umanità per millenni abbia bramato questa ripetitiva e animalesca seccatura più di ogni altra cosa.

Mi accorgo dell’ora, si è fatto tardi. In questa giornata insensata regna la confusione più totale e avevo completamente dimenticato la cena con il mio amico dall’altra parte della città. Salgo in fretta sulla metro, fortunatamente c’è elettricità e tutti sono beatamente in silenzio. Il mio amico è un funzionario del governo, un tipo importante, e presto verrà a tirarmi fuori di qui. Spero non infierirà troppo sulle teste calde che mi ci hanno portato, evidentemente devono avermi scambiato per qualcun altro e io sono così frastornato oggi che certo non devo avergli fatto una buona impressione. Poi mi hanno sequestrato quelle fotografie “top secret”, che ridere! Presto si accorgeranno anche loro di cosa si tratta. Il mio amico lo conosco fin dall’infanzia, siamo nati nello stesso quartiere, giocavamo sempre insieme. Lui voleva diventare un grande politico, io un grande rivoluzionario. In qualche modo lui c’è già riuscito e sono convinto che riuscirà ancor di più, io invece sono rimasto un bambino. Insomma, arrivo trafelato a questa cena, è tra i ristoranti più lussuosi della città, hanno degli induttori di gusto straordinari, capaci di farti danzare un orchestra di sapori su ogni papilla, eppure lui ha fatto portare delle ostriche e del vino bianco, so che l’ha fatto per me. Sedute al tavolo ci sono molte persone, ha l’aria di una cena istituzionale, è così impegnato che con una cena cerca di vedere più persone possibile, mi domando se li conosca davvero tutti. Ovviamente sono l’ultimo ad arrivare, sembra che non aspettassero da tanto, ma sento lo stesso spiacevoli commenti su di me. Vedo le ostriche e il vino, vedo molti commensali che le guardano di traverso tappandosi il naso o scherzando con gli altri, vedo che mi è stato riservato il posto di fianco al suo, non lo incontro da anni e sono commosso. Mi saluta e io l’abbraccio, lo ringrazio per le ostriche e il vino, i presenti capiscono che erano in mio onore e deridono i miei gusti antidiluviani, magari mi piacessero ancora come un tempo, sono solo malinconico, io. Faccio un saluto generale a tutti gli antipaticissimi convitati e mi siedo, lo trovo rilassato e fresco come alla televisione, mi dice che sta bene, quanto tempo che non ci vediamo e cose del genere. È mentre lui parla che la vedo, di fronte a me, dall’altro lato dello stretto tavolo, mi guarda furba e divertita, un po’ nascosta tra i capelli che le carezzano il viso. Giro forzatamente la mia faccia verso il mio amico ma fatico a scollarle gli occhi di dosso, ha un non so cosa di familiare. Per dissimulare mi metto a interrogare insistentemente il mio vecchio, sul suo lavoro, la sua vita e il resto. È un politico affermato ormai e mi risponde come in un’intervista: le onerose ma onorevoli responsabilità di funzionario, la sua famiglia serena, la sua moglie perfetta. Come se io non sapessi, come se lui non sapesse. Forse si è definitivamente trasformato nella sua parte, quella che una volta interpretava e che ora sembrerebbe interpretarlo, senza che si sia accorto di nulla. Lei finalmente scosta metà del sipario dal volto, chissà perché mi metto a pensare che lo faccia per mostrarsi a me, per concedersi. Invece si volta di lato, adagiando la ciocca dietro l’orecchio, che ora mi rivolge. Mi chiedo se anche questo sia per esporre il suo profilo delicato, quel collo sottile, quell’orecchio ipnotico in cui mi sto perdendo. Dannazione! Che cosa mi sta capitando? È una donna come tutte le altre e le si vedono i pori della pelle e macchie e solchi e rughe. Trascino il mio sguardo verso il mio compare e gli chiedo se ricorda i suoi vent’anni. Lui sembra contrariato, come se il giornalista avesse fatto una domanda non concordata o si fosse preso una confidenza inadeguata o, peggio ancora, volesse strappargli una confessione compromettente. Sta per rispondermi con un come-si-permette o qualcosa del genere, fortunatamente si riprende in tempo, mi riconosce e, controllato e sobrio, dice soltanto che a vent’anni hai troppe energie e devi soltanto imparare a canalizzarle. Vedo tremare un angolo della sua bocca e le sue palpebre battere due o tre volte di troppo mentre si volta verso gli altri commensali per sfoggiare un politico e confortevole sorriso. Mi dispiace, mi sento in colpa, non avrei mai dovuto fargli quella stupida domanda. Anche se in fondo erano solo le parole di un vecchio amico che voleva ricordare i tempi andati, ciò che vivevamo e ci raccontavamo, ciò che ci legava quando ancora ci si poteva raccontare, senza fare squallidi spot elettorali. Ma forse sapevo benissimo l’effetto che avrebbe suscitato la mia domanda e l’ho fatta di proposito. È come se oggi qualcuno mi avesse fatto un’iniezione di rabbia e qualcos’altro. So bene qual è il problema. Sono passate ben tredici ore dall’interruzione di stamattina e, se contiamo il tempo trascorso a dormire, saranno venti ore che non mi masturbo. Eppure mi convinco che è colpa di lei se ho detto quelle parole, me le ha ordinate ammaliandomi in qualche modo, mi ha ipnotizzato con quel suo orecchio sinuoso, così bello. Sto impazzendo. Mi metto a scrutarla di sottecchi, pronto a coglierla in fallo, ma il mio sguardo inciampa sulle rughette che le si formano affianco agli occhi mentre ride, sembrano piccoli ruscelli d’acqua sorgiva che si diramano da due freschi laghetti di montagna, chissà quante volte hanno accolto le fresche lacrime del riso e quante invece quelle calde del pianto. Cosa diavolo sto dicendo? Stavo per naufragare in un ruscello. Forse mi ha drogato, o conosce qualche raffinata tecnica di manipolazione psichica. La fisso con una dubbia espressione allusiva e indagatoria che somiglia molto più all’arguto sguardo di un pesce lesso e lei, candidamente, arrossisce per l’imbarazzo d’essere guardata. È timida e innocente, e io un bruto accusatore sull’orlo della follia. La osservo mentre risponde ai commensali con un sorriso o sollevando appena quelle mani minute e leggere, e lo fa con una tale compostezza che nessuno pare accorgersi che questa donna non ha pronunciato neppure una parola. Il mio compare continua a versarmi vino nel bicchiere, magari è per quello che sono sempre più stordito. Provo a ricambiargli il favore e lui mi risponde severo che non beve perché, come dovrei sapere, è astemio. L’ho visto tracannare alcol per la vittoria del partito e non si fa un bicchiere con un amico di infanzia. Intransigente e tutto inorgoglito, sembra ricavare qualche piacere perverso dalla mia reazione. Allora gli dico che ha ragione, bere è pericoloso e dunque di versarmene ancora. Con un sorriso da riflettori mi riempie il bicchiere e io vedo ogni suo tremolio e la paura in fondo ai suoi occhi. Il cicaleccio ossessivo che ci accompagna di sottofondo è la fanfara del politicamente corretto, discorsi impenetrabili che adesso mi entrano in testa e diventano rumori indistinti e ovattati, si annebbiano i sensi. Poi accade l’inaspettato, e vi giuro che quel che vi dico è successo davvero. Sento qualcosa di leggero insinuarsi delicatamente tra le ginocchia sotto il tavolo. È il piccolo piede di lei. Fasciato soltanto dal filo sottile di una calza blu, affonda deciso in mezzo alle mie gambe, con un tocco soffice e capace. Mi balza il cuore in gola, il mio corpo fuori controllo risponde a questo audace ospite grazioso come un magnete o come un servo ubbidiente, e lo accoglie premendoglisi addosso. Alzo gli occhi imbarazzato, lei non guarda me, sembra spensierata e con le dita traccia delle linee nell’aria che conducono fino alla sua manina che piano si posa su un ostrica. Sono incantato nell’ammirarla mentre accosta lentamente questo antico frutto del mare al suo viso e, come in trance, la imito. Contemporaneamente a lei, la faccio scivolare in bocca convinto di stare eseguendo uno strano rituale. Ragazzi, ciò che mi si posa sulla lingua è l’imponenza di tutti i mari e gli oceani raccolta in un soffice ed effimero corpo leggero che si scioglie come un desiderio espresso, assaporo l’accoglienza della piccola casa di mia nonna e di una casa mai vissuta, poi capisco che quel che sto gustando e penetrando dentro la mia bocca è il corpo di lei, di questa sirena che mira al mio naufragio. Si inumidisce le labbra, poi preme a fondo il suo piedino e vi giuro che questo eccelso pilota riesce ad accelerarmi come si faceva con i vecchi motori, e mi viene enorme, duro e pulsante, il mio cuore è lì dentro e anche il cervello ormai. So che non mi crederete, eppure è accaduto veramente, un terremoto corporale sconvolgente che non posso più raccontarvi perché sto diventando ridicolo. Col fiato sospeso mi aggrappo alla bottiglia di vino, lascio scivolare il pollice nell’incavo e faccio per versargliene. Lei porge il bicchiere e dice le prime parole della serata: è pericoloso. Il mio compostissimo amico quasi non si strozza nel sentirla, è rosso in viso e si mette parlarmi cercando di far finta di nulla, come se volesse far dimenticare anche a me quella strana ragazza. È tutto inutile, sono completamente stordito ormai e non ho in testa che quella voce. Devo averla già sentita, ma è difficile ragionare quando tra le mie gambe si sta svolgendo trionfalmente la prima erezione della storia più recente dell’intera umanità. No, non ci posso credere, forse ho nuovamente immaginato la voce di ILY. Il mio vecchio mi sta chiedendo se mi sento bene, vedo tutto appannato, rispondo che sto meravigliosamente, forse ho bevuto un po’ troppo, sento il piede miracoloso mollare la presa e lasciare un vuoto tragico. Alzo lo sguardo mentre vedo lei voltarsi nuovamente di lato accennando a un lieve sorriso. Sono sperso. La cena prosegue fino alla conclusione mentre io penso soltanto a come trattenerla e alla fine, non chiedetemi come ci sia riuscito, accade. Rimaniamo solo io, il mio amico e lei, ancora seduti al tavolo. So benissimo che lui in realtà vorrebbe farla sparire, infatti mi dice di accompagnarlo sulla terrazza ché ha qualcosa da dirmi. Lo seguo e lui si mette a parlare di cose per nulla importanti, lo fa solo per perdere tempo, poi mi chiede se conoscevo già quella ragazza, io gli rispondo che non l’ho mai vista prima e che lui piuttosto dovrebbe conoscerla in quanto sua invitata. Non la conosce neppure lui, deve aver accompagnato qualcuno, ma chissà perché poi è rimasta sola. Rientriamo. Lei non c’è più. Se ne è andata. Sono disperato. Quel bastardo del mio vecchio ha l’aria soddisfatta, prende soprabito e borsa e mi saluta.

Sono di nuovo solo in strada con l’unica consolazione di poter finalmente portare a termine questa stortissima giornata, e so io come raddrizzarne il finale. Imbocco lo stretto vicolo che porta direttamente all’entrata della metro sulla strada parallela e penso che sono decisamente ubriaco quando d’un tratto sento qualcosa afferrarmi alle spalle. Mi volto bruscamente e provo a divincolarmi dall’agguato, ma è tutto inutile contro quella presa militare, senza che neppure me ne accorga, sto già sprofondando tra le sue labbra dischiuse. Non è come i baci su ILY: la sua bocca è troppo fredda all’inizio e sembra scaldarsi lentamente per diventare troppo calda e mai perfettamente temperata, non si assapora quel gusto perfetto e libidinoso, è piuttosto un sapore acidulo, quel sapore magico che voi non sapete, un sapore capace di portarti indietro nel tempo. Mi bacia come la prima donna baciò il primo uomo. Due bocche come sipari di un teatro che ospita lo spettacolo del primo bacio del genere umano. Ecco che mi rimetto a fare il poeta, maledizione. Ragazzi la farò breve, so che non vi interessa poi così tanto la mia giornata sconclusionata e so di non essere bravo a raccontare – chi lo è più ormai? – mi mancano le parole e soprattutto la fantasia. Come diventa importante la fantasia quando si deve parlare della verità. Chi l’avrebbe mai detto? Lo capisco solo adesso che sento il bisogno di raccontare la giornata più insensata della mia vita a degli sconosciuti come voi, per mettere insieme i pezzi, eppure la confusione sembra aumentare a ogni passo. Lei mi posa la lingua ora sulle labbra, ora sulla punta del naso, scosta di poco la testa per guardarmi negli occhi senza parlare, poi un sorriso a spicchio di luna e si inginocchia. Vedete, qui vorrei davvero essere un poeta per non distruggere con le mie rozze parole la magia di lei ai miei piedi che si riempie di me, ma la verità è che non lo sono, dunque cercate di affidarvi per quel che potete alla poca immaginazione che vi rimane. In realtà la magia finisce presto anche per me. Lei spezza di colpo questa magnifica poesia e si alza bruscamente proprio sul più bello. Un’altra interruzione. Dice che deve scappare. Si sentono delle sirene in lontananza. Comincia a parlarmi frettolosamente, vi risparmio il delirio a cui sono stato sottoposto: le più folli teorie del complotto messe una accanto all’altra in una costruzione degna dei più scadenti romanzi di fantascienza che scrivevano una volta. Rido mentre lei, tutta seria e con un bizzarro fare circospetto, mi svela di essere una neo-terrorista ambientale, sabotatrice delle gabbie tecno-individualizzanti, risvegliatrice di coscienze e combattente della pace. Poi mi consegna una busta gialla pregandomi di custodirla gelosamente e, come se non bastasse, mi dice che contiene del materiale top secret: fotografie sconvolgenti della guerra ai confini. Come era comparsa sparisce, senza mancare di salutarmi dicendomi che ci rivedremo presto per riprendere quel che abbiamo interrotto. Io rimango lì, interrotto e interdetto, nel mezzo di un vicolo a chiedermi se sto davvero aiutando una terrorista pazza e cosa stia succedendo. Guardo lo spicchio di luna riflesso nella pozzanghera ai miei piedi, quel sorriso l’avevo già visto. Finalmente vedo tutto chiaro! Era lei che rideva in metropolitana, lei aveva sabotato gli schermi e gli altoparlanti, lei aveva sussurrato quelle parole che solo una come lei poteva pronunciare, non avevo avuto un’allucinazione, era accaduto davvero, lei aveva causato il black out nella via! Mi sento un idiota a realizzare soltanto ora ciò che avevo sotto gli occhi, eppure ancora non capisco come possa averla incontrata così tante volte in una sola giornata. Che mi seguisse? Come ho fatto a non capirlo prima? Mi ha pedinato tutto il giorno per essere alla cena di questa sera. Aveva saputo da qualcuno del mio amico, o forse si era trovata a sentire una mia telefonata con lui. Al ristorante non voleva mostrarmi il suo orecchio, ma cercava di ascoltare i nostri discorsi per carpirne qualcosa di utile ai suoi piani. Tutto ciò che ha fatto l’ha fatto per far sì che io facessi in modo che rimanesse fino alla fine. E perché non provare a sedurre direttamente il mio amico? Che sapesse persino che con lui non avrebbe avuto la benché minima speranza? Forse sapeva addirittura che lui si sarebbe voluto appartare con me. Ha atteso fino a quel momento per frugare nella sua borsa e sgattaiolare via indisturbata. E lui che era persino compiaciuto di averla fatta andar via! Quasi se lo merita, il bastardo. Come se non fossi stato fregato anch’io dalle lusinghe di quella donna. Guardo la busta gialla e sopra c’è scritto il nome del mio amico. Perché aveva per le mani del materiale così scottante? La apro e mi tremano le mani, sfilo lentamente le foto dall’involucro e per un attimo mi sento il rivoluzionario che volevo essere da bambino, mi rimbombano le palpitazioni fin dentro il cervello quando sollevo la prima immagine sotto la luce del lampione. Poi la delusione più sconsolante è più forte di quello che sarebbe dovuto essere il sollievo dopo il falso allarme, quasi non mi convincevo delle folli idee di quella spostata. Mi metto a ridere a più non posso e prendo la strada di casa, ma non riesco a fare neppure dieci passi che la volante della polizia quasi non mi investe, erano decenni che non ne vedevo una. Scendono i due agenti, non dicono nulla né vogliono sentire nulla, mi ammanettano e mi portano fino in questa cella senza asserire nessuna motivazione. Chissà cosa avete fatto voi per esser finiti qui dentro. Quanto a me è certamente a causa di quella donna se mi trovo qui, forse temevano davvero che fosse entrata in possesso di qualcosa di segreto, ma quelle immagini io le conoscevo benissimo e sicuramente anche gli agenti le riconosceranno. Come dimenticare, le ho viste proprio oggi a casa di mia sorella, non sono altro che alcuni frame del gioco a cui gioca mio nipote e tutti i bambini del mondo entro i confini: I WANT YOU. Altro che materiale top secret, altro che fotografie della guerra ai confini, si accorgeranno di cosa si tratta e mi lasceranno andare, c’è anche il nome del mio amico scritto sopra, forse lo avranno già chiamato. Quella ragazza deve avermi fatto un incantesimo, mi batte ancora forte il cuore se penso a lei, forse avrei persino combattuto una guerra al suo fianco.

Le fotografie della guerra ai confini…
Che sia davvero così?!
Finalmente un’illuminazione buona per il mio cervello addormentato.
Dove sarà lei ora?

È buio. Black out.

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